Banounah non cammina più. Ha deposto il bastone. Ha appeso il cappello militare.
Non arriverà con noi alla frontiera giordana. Non seguirà l'antica rotta Hajj dal Sham, né tantomento vedrà i forti ottomani in rovina che si sbriciolano come denti marroni marci alla sommità di colline in fiamme - ormai non sorvegliano più nulla se non il passaggio dei venti caldi. Dei venti inviano colonne aeree di polveri che volteggiano sulle pianure ardenti. Dei turbinii che alcuni chiamano jinn. Non attraverserà l'uadi dove le tombe dei Nabatei, scolpite nella roccia delle scarpate, riflettono le nuvole rosso fuoco al tramonto. Non camminerà dove ha camminato Mosè, coi piedi asciutti, sulle spiagge dell'Arabia, dopo aver separato il Mar Rosso.
Mohamad Banounah, mio amico e guida saudita, è in cura intensiva dopo alcune complicazioni a seguito di un intervento avuto in precedenza. Ha camminato per più di 385 km con un'ernia addominale.
"Non so come abbia fatto ad arrivare così lontano". Il dottore egiziano dell'ospedale dove lo abbiamo portato si è stupito. "Ha dovuto sopportare un gran dolore. Non è roba da poco."
Banounah è un ex soldato. È abituato a sopportare il dolore, questa volta a sue spese. (Ma quando non lo è?) E questo lungo cammino, questo viaggio strano, questa marcia infinita comincia a cerchiare una topografia familiare e malinconica, il bacino ondeggiante e la serie di nuovi amici conosciuti e lasciati alle spalle: i saluti delle persone care, una mano alzata in un gesto di addio, all'orizzonte. "Eravamo una grande squadra", mi ha detto Banounah con voce roca stringendomi la mano nel suo letto d'ospedale. "Non è vero?"
Cosa si può dire di quest'uomo?
Che la sua condizione medica è stata aggravata dal troppo divertimento? (A mo' di avvertimento durante il suo attuale ricovero, i dottori dicono che le ferite della sua precedente operazione potrebbero non essere mai guarite del tutto dato che Banounah ride troppo e senza controllo.)
Banounah in action: telling stories at a herder’s camp near Rabigh.
Paul Salopek
O che è un erudito di tradizioni beduine in via di perdizione? (Un melone amaro del deserto chiamato hadaj, quando viene tagliato in due e messo sulle guance, placa la sete.)
Banounah demonstrates an old Bedouin remedy to ease thirst: Placing bitter desert melons on your cheeks.
Paul Salopek
O che la mancanza di carità è la sola scintilla che accende il suo temperamento esplosivo? Quando un ristoratore, guardandomi dritto negli occhi, ci ha bloccato l'entrata al suo chiosco - credo a causa sia del nostro spaventoso cattivo odore sia della bigotteria anti-straniera - Banounah lo ha invitato con una salda stretta di spalle a una conversazione privata sul marciapiede. Il proprietario è ritornato in veste di angelo ossequioso. Ho chiesto a Banounah cosa gli avesse detto. "Gli ho detto 'Ci darai acqua e un luogo dove riposare o ti farò testa e muro'" ha detto in modo calmo. Quando siamo partiti, si è scusato con quell'uomo terrificato perché "un buon Musulmano non può andare a letto se è arrabbiato con qualcuno. Devi sistemare le cose o non riuscirai a dormire in pace."
Banounah viene da una vecchia famiglia di La Mecca, un clan di sceicchi e viaggiatori Hegiaz che discendono dal Profeta Maometto (al tempo dei dau e delle carovane, uno degli antenati si spinse fino al Marocco). "Sono un uomo semplice", mi ha detto una volta mestamente. "Non troppo psicologico. Alle persone piaccio per la mia semplicità." Però Banounah non è un Zorba campagnolo, robusto ed esuberante. Durante i lunghi pomeriggi aspettando il calar del sole in un piccolo cono d'ombra, mi ha spiegato con maestria come la visione mondiale dell'Arabia Saudita sia ancora influenzata dalla sua storia tribale. E ha ascoltato, con pazienza ed empatia, le mie noiose lamentele sugli effetti di isolamento emozionale della rigida separazione dei sessi dei Sauditi.
E poi c'è stato il pomeriggio sulle ardenti piane di sale di Masturah.
Stavamo camminando in un alone di luce. L'aria era come vapore, era come respirare attraverso cotone bagnato. Poi all'improvviso abbiamo attraversato degli sconvolgenti sbuffi di aria fredda, getti che forse duravano pochi secondi: ghiacciati, anormali e belli, come l'apertura e la chiusura della porta di un gigantesco frigorifero. Ho pensato di avere le allucinazioni. Mi sono girato un attimo verso i miei compagni di viaggio. Awad Omran, il nostro cammelliere sudanese, ha fatto solo un cenno del capo in segno di assenso. Ma Banounah aveva un gran sorriso. Ho detto qualcosa a proposito dei microclimi, della convenzione, delle bizzarre correnti d'aria. Banounah, come al solito, ha riso del mio razionalismo. "Siamo fortunati, ragazzi!" ha detto. "Dio è con noi!"
Ho passato il mese del Ramadan nella città costiera di Yanbu, aspettando la guarigione di Mohamad Banounah e il suo ritorno. Ma non può. È tornato a casa a Riad. L'altro giorno, il suo sotituto, un giovane di nome Ali al Harbi, si è steso, stordito, avvilito e nervoso, nel forno di una capanna di pastori abbandonata. Gli è squillato il cellulare. In meno di un minuto si è messo a ridere. Era Banounah, ovviamente, che ci chiamava per risollevarci il morale.
"Ci sta facendo molti complimenti", ha detto Ali. "Sta dicendo che oggi è con noi col cuore. E sta dicendo che tuo nonno, Paul, doveva essere arabo."
