Il caldo.
Ce ne teniamo nacosti. Cerchiamo di fuggirgli. Ma i nostri sforzi sono patetici, assursi, inutili. Ci trova sempre. Si prende gioco di ogni nostra strategia, piano, difesa. Vaporizza la nostra volontà. Il caldo vince sempre.
Ali al Harbi, l'interprete, si siede eretto nel buio rovente, nelle notti che non offrono alcun sollievo, il suo cuore sta correndo. "È molto strano," dice delicatamente, un pò distaccato, come se stesse parlando dei dolori di qualcun'altro. "Non posso controllare il mio respiro." Parla così perchè, infatti, lui non è in pieno controllo del suo corpo. Il suo corpo è posseduto da una forza maligna: il calore. Iperventilando, i suoi polmoni fanno fatica a pompare fuori l'aria bollente.
Verso le 10 i nostri cammelli perdono colpi. Il grande Fares si siede in continuazione tra le dune di Wadi Safra. Lo supplichiamo. ("Fai il bravo ragazzo, Fares," dice Ali. "Per favore, alzati") Gli animali balzano sui pozzi. Affondano i propri musi dentro la melma verde di taniche di riserva. In due minuti ognuno ingurgita fino a cinque galloni d'acqua. Noi umani, invece, ci facciamo rinsecchire dentro la sete. Per evedare dal sole ci ritiriamo in noi stessi. Ci ritiriamo nelle nostre pelli, prendendo rifugio nella più buia, più fredda, più umida delle nostre ossa.
Seema goes to the source at a desert well.
Paul Salopek
Al di sotto di un biancospino, Ali tiene il suo cellulare. Un messaggio che non è mai apparso prima lampeggia sullo schermo: "Questo dispositivo si è surriscaldato, spegnimento in corso." Il calore lo ha spento. Ali me lo siega tre volte prima che io capisca. Gli faccio l'occhiolino stupidamente da dentro le cavità del mio cranio. Apparentemente, anche i miei circuiti si sono sciolti.
Il nostro esperto di logistica, Saeed al Faidi, si congeda con una pizza. Una pizza cucinata al forno da sua moglie, Hind Yahya al Shareef.
Formaggio, pomodori, olive e peperoni brillano sotto il cielo deserto come se fosse un'allucinazione: 46 cm circa di miraggio. Non ho visto una pizza da circa un anno. La mangiamo in cima ad una cisterna beduina impolverata. Successivamente, dico a Saeed che non ci deve portare un tale regalo di nuovo. Non può offrirci il catering attraverso tutta l'Arabia. Ci Vizierà. (Awad Omran, l'addestratore di cammelli, già si lamenta dei nostri fagioli in lattina, del pane raffermo, delle cipolle ammaccate e dei salati noodles istantanei.) Ma la vera ragione è più egoistica: una così rigogliosa pietanza urbana mi strattona via fuori dal deserto per le mie papille gustative. Scuote. Causa una frustata sensoriale. La sua ricchezza e artificiosità sopraffano il vuoto cristallino di Hejaz, rendendo il suo vuoto immenso ancora più distante- più alieno, più inaccessibile, più surreale. (T.E. Lawrence racconta di una rovina in Siria, un palazzo di una regina, costruito con gli oli essenziali di fiori lavorati dentro ciascuna camera: il gelsomino, la viola, la rosa. "Vieni e odora la più dolce fragranza di tutte," gli dice la sua guida, portandolo in una stanza aperta ai venti del deserto. "Questo è il migliore: non ha sapore.")
Saeed al Faidi (right) brings his wife’s homemade pizza to celebrate our first well camp.
Paul Salopek
Più di una settimana a seguire, Saeed appare di nuovo per il sentiero.
Questa volta ci porta una torta di cioccolato. Di nuovo, cucinata dalla sua moglie tentatrice.
Vede la mia espressione. "È la nostra torta d'anniversario," dice lui, tenendo le sue mani in alto per anticipare la mia intolleranza al cibo. "Ho detto alla mia signora, ‘Hey, dobbiamo condividere l'amore con i ragazzi.’"
Questo ne è della torta. Solo una metà ne è stata mangiata. Le lettere arabe piovono sulla glassa dicendo: TI AMO.
Camminiamo nell'entroterra.
Seguamo il tarik al hajj, la lunga via di pellegrinaggio dalla Siria alla Giordania ormai in disuso, da Bilad al-Sham fino alle sacre città di La Mecca e Medina.
Montagne di garza semitrasparente. Come se fossero dipinte sull'aria. Pozze di raggi di sole nelle afose valli. Una dispersione di alberi sahur color scorze d'arancia offre ancore di salvataggio di ombra. Il calore intenso fa suonare le mie orecchie. Inizio a soffrire di allucinazione sonore- un ronzio ad intermittenza.
Eppure no, è il mio cellulare.
Sono le donne. Continuano a chiamare.
I loro numeri di telefono sono sconosciuti. Sono estranei. Chiedono domande lamentose in arabo che non riesco a capire. Ci sono dozzine, forse una ventina di loro. Chi sono? Non so dirlo. Come hanno avuto il mio numero? Non ne ho la più pallida idea. Ma sospetto sia il caratteristico servizio telefonico arabo chiamato Mobily: ricicla vecchi numeri. Il mio sembra essere stato il precedente numero verde di emergenza per le donne arabe invase da paure esistenziali. "Malesh, malesh," dico ad un interlocutore ansioso. "Mafi arabi." E attacco. Ma loro chiamano di nuovo.
Una donna mi chiama 40 o 50 volte. Passo il telefono ad Ali.
"Hai il numero sbagliato," la infoma severamente.
"Lo so," dice lei, e chiude.
Successivamente succede a me: queste sono donne saudite. Annoiate. Ranicchiate dietro le barricate della loro società profondamente conservativa basata sul genere. Racchiuse nei purdah sociali. Posso quasi senitre la loro aria condizionata fuoriscire fredda, triste, aria metallica contro il mio orecchio. Il ronzio della solitudine, della noia. Stanno cercando ogni tipo di contatto umano al di fuori dei loro circoli chiusi, e decido: ogni orecchio simpatetico lo farebbe (anche quello di uno straniero ignorante). Così continuano a chiamarmi. Che ironia! Ho provato mesi e mesi a intervistare i rappresentanti della metà di questa popolazione saudita. Ma non è facile chiederlo, in particolare nelle remote comunità lungo il percorso. Richiede uno sforzo. E adesso, grazie agli standard casuali del servizio clienti di Mobily il velo si solleva, finalmente. E ahimè, senza motivo! Il mio cuore soffre per queste donne.
"Mobily ti ha dato un numero strano", mi dice Ali successivamente, dall'alto di un cammello. "Tutte quelle donne? Credono di chiamare qualche ufficio del lavoro. Stanno cercando delle domestiche."
Camminando passiamo strani reperti nel deserto inesplorato.
Pneumatici, divani, tavoli da pranzo, tappeti arrotolati, sedie girevoli da ufficio, una televisione- cianfrusaglie stese in delle linee deformi ma ponderate, in dei quadrilateri, in dei quadrati. Frangiventi di mobili? Un messaggio agli alieni? Arte da paesaggio? No: questi sono le barriere dei beduini che demarcano antichi terreni, lunghe ed abbandonate zone di sabbia dove una volta ci crescevano i cocomeri.
"Non c'è nulla là fuori da poter usare come barriere," dice il mio esperto di logistica, Saeed. "I beduini vanno alle discariche cittadine. Prendono queste cose per marcare il deserto."
La qualità dei rifiuti dell' Arabia Saudita è molto alta. Alcuni dei materiali per i recinti sono personali, toccanti. Un set di porcellana ancora ammucchiato nel suo armadio. Giocattoli da cortile di bambini. Cassetti che ancora tengono dei cucchiai di acciaio pulitissimi. (Awad ci si infila dentro, cercando di migliorare il suo scadente kit da campeggio.) È come se il nostro mondo contemporaneo fosse misteriosamente giunto alla fine. Come se la soffiante sabbia di Hajaz si fosse spostata, esponendo il nostro futuro: una Atlantide perduta, ma fatta di contenitori di plastica.
Il nostro terzo giorno fuori da El Reis è scoppiata un sparatoria nel deserto. Pop..Pop...pop.
I cacciatori vanno alla ricerca di colombe. Ma ce ne sono poche. Vediamo degli uomini guidare intorno a delle radure roventi in dei vecchi pickup HiLux, ultimo modello Land Cruisers, abbasare i loro finestrini e sparare ad aridi alberi di acacia, a comuni passeri, ad altri uccelli appollaiati lì.
A dead bird, made of plastic and brass.
Paul Salopek
Le leggi ambientale dell'Arabia Saudita sono tanto rigorose quanto altre leggi in giro per il mondo. Ci sono governi sofisticati e programmi privati per la riproduzione in cattività di animali a rischio. Ma il paese è grande. E fuori, nell'incontrollato deserto, le vecchie leggi di predazione hanno il dominio. I paesaggi di Hajaz sono, forse, i deserti più immobili che io conosca.
Non ci sono uomini cattivi. Sono amichevoli. Uno si ferma per darci una brocca di acqua fredda. Ma non posso fare a meno di immaginare i loro avi Beduini- pazienti cacciatori del deserto, molestatori a piedi, sul droppo dei cammelli, uomini che stringevano lance, che sapevano come segiure le tracce come gli Apache- cosa direbbero riguardo questo scompiglio motorizzato. Provo a pensare ad una parola per descriverlo. Non è cacciare.
" È," dice Ali, "come fare shopping."
Si.
Dopo cinque giorni di cammino, arriviamo ad una strada asfaltata.
Ali and Fares contemplate the Anthropocene.
Paul Salopek
Abbiamo percorso cento miglia verso nord, proveniendo dal Mar Rosso, attraverso pianure di ghiaia ardente, attraverso bacini splendenti di dune color ocra, fino al villaggio di montagna di Yanbu al Nakhal. È la camminata più calda della mia vita- un viaggio in sé di cui scrivere a casa, ma è solo uno dei centinia di piccoli passi di una danza che gira per il mondo.
Scuotiamo le mani, Ali, Awad ed io. Una macchina si ferma. Ci fanno delle foto. Mi chiamano "pakistano".
Quando c'è di nuovo campo, il mio telefono squilla per la prima volta dopo quattro giorni.È una donna sconosciuta. Mi pone alcune domande per cui non ho risposta alcuna.
