Paul Salopek ripercorre il cammino globale dei primi uomini che migrarono fuori dall'Africa durante l'Età della Pietra. La sua è una rassegna di dispacci di un viaggio a piedi ininterrotto di 21.000 miglia, un progetto chiamato "Out of Eden Walk".
Si vedono i massi in cima a una collina sopra lo specchio scintillante del Mar Caspio.
Queste rocce lisce come ossa, segnate dalle interperie, sono di calcare. Hanno il colore del gesso. Alcune — parzialmente squadrate — presentano una superficie oblunga, a forma di timpano. Li martello con un ciottolo della grandezza di un pugno: producono uno strano, inquietante, quasi metallico gong, che ci porta lontani, trasportati dai venti del deserto. Gli archeologi ritengono che queste pietre risalenti all'Età della Pietra venissero utilizzate come tamburi per lanciare segnali. Il loro suono arriva a noi nel corso dei millenni — attraverso storie misteriose, migrazioni, vite, sorprese, scoperte, guerre — fin dai tempi più antichi dell'occupazione umana nel Caucaso. Silenziosi fino al momento in cui vengono toccati, colpiti, i tamburi pietra di Gobustan contengono le voci dei fantasmi.
Per saperne di più
Gli archeologi pensano che la roccia di calcare cava esaminata qui possa essere stata utilizzata dai nostri antenati dell'Età della Pietra per lanciare segnali. Audio di Paul Salopek
Con la mia guida Rufat Gojayev ho camminato per molti chilometri lungo i grigi altipiani dell'Azerbaigian settentrionale. Piegati dalle raffiche gelate di vento graffriante provenienti dal nord della Russia. Ci siamo fatti strada — infangati, sbarbati, con gli occhi luccicanti, ridotti all'osso dalle pendenze, 30 miglia al giorno — per le aride sponde del Mar Caspio. In una distesa brulla di altipiani dalla superficie piatta, di collinette rossastre, di vulcani fangosi che ribollono metano fresco fresco attraverso calderoni di zuppe di minerali. Una distesa simile a quella dei calanchi americani. Un paesaggio lunare.
Non è stato sempre così.
An auroch, or extinct wild ox, scraped into the limestone of Gobustan National Park.
Paul Salopek
Nel Parco Nazionale del Gobustan, che comprende varie montagne inaridite a poche miglia nell'entroterra del mare, troviamo decine, se non centinaia, di petroglifi. Infatti, ce ne sono oltre 6.000 di incisioni sulle pietre. È una delle più grandi e meglio conservate gallerie di arte preistorica su roccia nel mondo. Le immagini antiche catturano uno scenario dell'Età della Pietra scomparso. Raffigurano un paesaggio che era più umido e più verde circa 15.000 anni fa. L'era glaciale era giunta alla fine. Le piane desertiche erano fiorite, con erbe rigogliose e boschi aperti. I cacciatori umani, essendo migrati nella regione dall'Africa forse 30.000 anni fa, registrarono questa trasformazione con entusiasmo su tele di calcare. Le pareti delle cime azere sono popolate di mandrie di uri (bovini selvatici), asini selvatici, capre persiane selvatiche, cavalli selvatici, gazelle, leoni, lupi. Era il Serengeti del Caucaso.
Dancing to millennia of desert winds—some of the more than 6,000 drawings in the park. The upper glyph may represent a Stone Age ship.
Paul Salopek
Alcuni glifi sono incisi a colpi di lancia. Spiriti animali. Forse cacciati simboleticamante nella pietra. Ci sono file di danzatori. I molti scarabbocchi astratti come rappresentazioni di musica, di pensiero puro. Mappe interne. Geometrie nascoste. La gran parte di questi messaggi sono imperscrutabili ora, misteriosi, impossibili da decodificare. Sono relitti non solo di un mondo fisico dimenticato ma anche di un'altra mentalità, un altro stato dell'essere.
Com' era camminare in un mondo intatto?
«Si pensa che colpissero le pietre per comunicare agli altri la presenza di animali», spiega Gojayev, battendo uno dei tamburi della collina con una pietra. «Era un modo per allertare della presenza di animali.»
O magari comunicavano qualcosa in più?
In Africa occidentale e settentrionale, tra i gruppi di popoli indigeni dell'Amazzonia, i tamburi trasmettevano informazioni complesse. "I Tamburi Parlanti" riproducevano le parole delle lingue tonali, che potevano essere trasmesse rapidamente per sei o sette miglia di distanza. Gli europei coloniali rimasero sorpresi quando seppero che la loro presenza nella giungla del Congo era stata prevista molto prima che mettessero piede nei villaggi. I tamburi sono stati il prototipo di Internet. Questa tecnologia umana primordiale, riecheggiando dal principio dei tempi, è sparita del tutto nella precedente vita.
Rufat Gojayev ponders his stretch of a global trek at a museum exhibit in Gobustan illustrating the first human diaspora out of Africa during the Stone Age.
Paul Salopek
Scendiamo le colline scheletriche verso il Mar Caspio.
Superiamo i petroglifi più recenti. Cammelli - testimonianza delle carovane lungo la Via della Seta ai tempi del Medioevo. Poi, su una pietra quadrata, appaiono le prime parole: IMP DOMITIANO CAESARE AVG GERMANICO LVCIVS IVLIVS MAXIMVS LEGIONIS XII FVL. Una iscrizione politica ferma nel tempo, datata tra l'81 e il 96 d.C., incisa da un uomo dal lontano superpotere mediterraneo, probabilmente un soldato. Si traduce così: «Sotto l'Imperatore Cesare Domiziano Augusto Germanico, Lucius Julius Maximus, della XII Fulminata.» È un monumento di conquista. Segna uno dei confini più a settentrione dell'Impero Romano.
Nella cittadina di Gobustan dormiamo in una casa costruita a metà.
La casa appartiene a uno degli amici di Gojayev. Non è riscaldata, è fredda. Sta nevicando fuori. Siamo seduti intorno a un tavolo ricoperto di polvere e circondato da bottiglie di conserve di frutta del giardino. L'amico è religioso. Ci parla della versione islamica della Fine dei Tempi. Ci sarà un falso profeta e ci sarà il vero messia, il Mahdi. Tutti saremo giudicati, dice l'amico. Riesco a malapena a tenere gli occhi aperti. Venti gelidi spirano alle finestre. La notte vibra: è il debole suono del tamburo di una strada principale costiera che conduce attraverso l'antica spettrale savana verso Baku, la capitale dell'Azerbaigian, a circa 40 miglia di distanza, dove la luce gialla penetra nel cielo come una falsa alba.
