Paul Salopek ripercorre a piedi l'itinerario seguito dai primi uomini che emigrarono dall'Africa nell'età della pietra. Attraverso una serie di resoconti ci descrive la sua avventura, intitolata “Out of Eden Walk”, lunga più di 33.000 chilometri.
Ci alziamo presto, io e la mia guida Rufat Gojayev. Percorriamo insieme gli ultimi tratti nel Caucaso.
Il nostro itinerario è una strada, una moderna superstrada a più corsie a scorrimento veloce dell'Azerbaigian. Non mi capitava di affrontare questo tipo di opera artificiale da tanti chilometri di marcia (in genere, evito questi corridoi opprimenti: sono spazi inospitali per camminare, sono un mondo fatto di superfici aspre adatte più ai materiali di metallo e gomma e alle automobili che al lavoro di muscoli e tendini).
A sinistra, superiamo le superfici corrugate e aride dei fianchi di un vulcano che crea bolle di fango raffreddato. Oltrepassiamo alcune stazioni di servizio, un paio di bar per camionisti che promettono pasti con kebab e l'oleodotto Baku-Ceyhan per il trasporto del petrolio dal mar Caspio al Mediterraneo. Il greggio viene spinto 24 ore al giorno lungo gli oltre 1700 chilometri di condotti in acciaio fino a raggiungere l'enorme terminale di Ceyhan in Turchia in poco più di due settimane: è un fiume di petrolio che scorre verso occidente coprendo quasi 115 chilometri al giorno, una velocità da jogging (ci ho messo 15 mesi per coprire a piedi la stessa area attraverso l'Anatolia e il Caucaso).
A destra, una sfilza di stabilimenti petrolchimici, serbatoi di stoccaggio, basi militari e il cantiere per la creazione delle Isole Khazar, una specie di città istantanea costruita sopra alcuni atolli artificiali che un giorno potrebbe ospitare fino a un milione di persone, 150 scuole, 50 ospedali, l'edificio più alto del mondo e una pista di Formula Uno. O forse no. Il progetto da cento miliardi di dollari è a rischio a causa della caduta del prezzo del greggio e l'economia dell'Azerbaigian si basa morbosamente sulle esportazioni dei combustibili fossili. Oltre le gru e i maxi schermi che riproducono video di palmizi in vaso e zone pedonali, risplende il mar Caspio. È il mio punto di arrivo nel Caucaso. Da qui avanzerò in mezzo a un oceano d'erba mossa dal vento. Mi lascerò alle spalle questo antico crocevia tra Oriente e Occidente per avventurarmi interamente nell'Asia Centrale.
Old and sort of new: Cliffs scarred by WWII graffiti overlook the modern industrial port of Baku, Azerbaijan, the first oil capital of the world.
Paul Salopek
Il Caucaso.
Ho trascorso mesi di cammino e soste in questa terra leggendaria scoscesa e aspra. Labirinto nella storia, mosaico di etnie, teatro di imperi, origine di tumulti fisici e politici, enigma. Durante il mio viaggio sono stato bloccato da valichi di alta montagna innevati (Caucaso Maggiore e Caucaso Minore), intralciato da visti rifiutati (Iran), da guerre (Nagorno-Karabakh), da valanghe di lettere, comunicazioni, moduli, dichiarazioni da compilare (andare a spasso per il mondo è relativamente facile; il problema, però, sta nell'ottenere le autorizzazioni ufficiali necessarie per mettere in pratica questa semplice attività). Ho attraversato la Georgia per 430 chilometri. Ho messo piede brevemente in Armenia. Ho arrancato per 450 chilometri in Azerbaigian. Ogni giorno ho provato meraviglia.
Bussate a una porta nel Caucaso per chiedere indicazioni: quale regno, quale religione, quale epoca vi risponderà? Potrebbe essere il viso barbuto spuntato da un monastero cristiano del VI secolo o una fronte indurita per via della zebiba, il bernoccolo della preghiera dei musulmani. Potrebbe essere l'antica Persia, la Turchia ottomana, la Grecia classica, la Berlino chic, la Russia coloniale, la Mongolia. O, spesso, è un miscuglio complesso di questi mondi.
Io e Gojayev procediamo lungo il bordo della superstrada verso nord.
Avanziamo calpestando cartucce di fucile esplose, una miriade di mozziconi di sigaretta e sacchi di granaglie spaccati caduti da camion in transito, un vero banchetto per i passeri. Nel freddo di una spiaggia disseminata di tubi per piattaforme petrolifere lasciati ad arrugginire, una sera bussiamo alla porta di una baracca. Viene ad aprirci il defunto impero sovietico.
“Sei una spia?”, chiede il padrone di casa Nariman, un pescatore di mezz'età con un passato da massaggiatore in Ucraina ai tempi andati del comunismo. È mezzo sbronzo di vodka. “Vieni dai servizi segreti americani, sì?". Suo padre era ebreo, ci informa. E lui è musulmano. Ci racconta come ha salvato un uomo che stava annegando: si è allungato oltre il bordo di una barca e ha tirato fuori dall'acqua lo sfortunato privo di sensi afferrandolo per i capelli. Mi chiede di mostrargli le mani, vuole leggermele: “Vivrai fino a 120 anni!”.
“Jack London!”, esclama il suo amico, un vecchio tassista di nome Ali. “Ernest Hemingway!” .
Ali brinda agli scrittori americani di tendenza socialista che era permesso leggere ai tempi dell'Unione Sovietica. In mio onore, Ali solleva la bottiglia di vodka: “A Theodore Dreiser!” .
A toast to world literature: Ali raises one for Tolstoy. Near Baku, Azerbaijan.
Paul Salopek
L'alba si accende aprendo il suo occhio iniettato di sangue. Lo chiude. Lo riapre velato. Un cane dal muso nero dorme accanto a Nariman, vicino alla stufetta a legna. Riprendiamo il cammino.
Io e Gojayev finiamo nel groviglio dell'Antropocene, l'era dell'impatto antropico. Procediamo ai margini di una città portuale di cemento e vetro. Ci trasciniamo oltre l'Oriente: la ricostruzione di una stupenda moschea del XIII secolo che era stata distrutta dai bolscevichi. Vacillando superiamo l'Occidente: stravaganti ville edificate agli inizi del '900 da magnati del petrolio come i Nobel e i Rothschild.
Raggiungiamo stancamente un'area commerciale attorniata da negozi di grandi firme di fama mondiale, con un ristorante McDonald's. Una persona con addosso il costume da tyrannosaurus rex viola di Barney il dinosauro scatta una foto con i suoi bambini. Siamo al termine del Caucaso. Siamo a Baku.
