Al tramonto, arriviamo barcollando a Soukhara.
Un abitante del villaggio volta la testa verso la strada immersa in una fioca luce. "Continuate a camminare", ammonisce. Un vicino ripete la stessa frase. La gente del posto insiste nel dire che qui non c'è posto per i viandanti. Strano.
Dopo aver percorso a piedi 1600 chilometri nell'India rurale, mi sono abituato a fare affidamento su una consuetudine locale: qui, non si cammina mai soli perché l'ospitalità è garantita.
Tra i villaggi delle pianure del fiume Gange, nella vasta, povera e conservatrice "cow belt" settentrionale del paese, anche la strada più piccola pullula di viandanti, di persone ricche e persone povere, di mendicanti solitari e gruppi che danzano dietro camion che trasmettono musica religiosa. Sono i pellegrini indù. Visitano innumerevoli santuari secondo un inesauribile calendario di feste religiose. Questi spostamenti spirituali sono datati e stanno scomparendo nell'India moderna. Ma la gentilezza riservata ai pedoni devoti ancora resiste: panchine per riposarsi lungo la strada, accesso a pompe di acqua potabile, perfino qualche pensione fatiscente ma gratuita dove dormire, le edharamshalas. L'India è un sogno per chi la percorre a piedi.
"Pedal yatra," spiego ai contadini: sono solo l'ennesimo pellegrino euforico. Loro annuiscono e mi inseriscono all'interno del loro universo. Le porte si aprono. Sono il benvenuto. Non nella frazione di Soukhara, però. Un tempo, un'insurrezione maoista ha macchiato di sangue la regione circostante. Forse questo è il motivo dell'ostilità degli abitanti. Fino a quando Manaki Devi ci prende per mano.
Siamo in due: il giovane giornalista Bhavita Bhatia e io.
"Non ho niente da offrirvi," ci avvisa Manaki, un'anziana donna incontrata per strada. Dal villaggio, ci conduce verso il buio, su per un sentiero roccioso fino alla sua casa in collina. "Venite, venite. La gentilezza rende Dio felice."
Manaki è una sadhvi, donna santa indù.
Manaki Devi pulverizes a mixture of spices—black peppercorns, mace, cardamom, and more—for cooking. Every morning at sunrise, she preaches to the villagers using a battery-powered megaphone.
Out of Eden Walk
Quanto è antica la tradizione indiana dei guru? Molto antica. Forse ha avuto inizio già nell'età del ferro, 3.000 anni fa. Si trattava per lo più di asceti che vagavano per le campagne parlando delle Upanishad, un insieme di testi filosofici alla base del pensiero indù. Predicavano la compassione e l'altruismo. Praticavano la meditazione. Il numero di donne era molto basso. Perfino oggi, la maggior parte dei saggi indù è uomo. La loro tassonomia è diventata complessa. Si va da uno yogi miliardario il cui volto barbuto è usato per vendere prodotti per la casa sui cartelloni pubblicitari in tutta l'India a migliaia di Khareshwaris, o "santi in piedi", che reprimono i loro desideri terreni stando sempre in piedi.
Forse l'eccezione femminile più famosa a questa vocazione prevalentemente maschile è una sadhvi di nome Mata Amritanandamayi Devi, la cosiddetta "santa che abbraccia". Amritanandamayi Devi condivide la propria energia spirituale abbracciando i seguaci. Sostiene di aver abbracciato 37 milioni di seguaci finora, compresi lebbrosi e il famoso Sting. Gestisce un ashram di 40 ettari nello stato sudoccidentale del Kerala che offre un'università privata, un ospedale e un ristorante con una macchina per il cappuccino.
L'eremo della nostra soccorritrice Manaki Devi è più modesto.
Trasportando piccoli massi, pietre e mattoni di recupero fino alla cima della collina ha costruito a mano il proprio rifugio dalle distrazioni mondane .
"Gli uomini si fanno crescere la barba, si siedono e pregano," spiega con disprezzo. "Noi donne abbiamo la vera forza!"
Racconta la sua storia. Età: circa 60 anni. Sposata a 10. Madre di 4 bambini. Un marito che andava e veniva. Il solito duro lavoro casalingo di una donna di provincia. Poi, la voce di Dio.
"Continuava a ripetermi di andare, andare a purificarmi," racconta delle ostinate apparizioni del Dio Krishna nei suoi sogni. "Gli ho risposto: ma io non voglio andare a vivere nella giungla!"
Un giorno l'ha fatto. Ha abbandonato la famiglia nella cittadina di Sasaram. Per tre anni ha vagato per l'India con una ciotola. Si è fermata sulla remota collina vicino a Soukhara. Sulla cima, ha praticato la meditazione, sotto il cielo, per tre anni, prima di prendere la decisione di costruire qui la sua casa. Da circa un decennio è seduta qui a pregare. L'acqua la ricava da un laghetto nelle vicinanze. Vive di donazioni di cibo e verdure del suo orticello. Gli abitanti del vicino villaggio sono come scimmie, racconta affettuosamente: accecati dal lavoro, bramosi e sospettosi. Ma stanno migliorando. "Non ci sono più rapine, saccheggi e omicidi." Ogni mattina, all'alba, tiene una predica per loro utilizzando un megafono a batterie.
"Dio mi ha mandato questi due viaggiatori", annuncia all'alba Manaki, attraverso un altoparlante di plastica. "Sono venuti qui a piedi. Dio mi ha ordinato di servirli. Imparate da loro! Anche voi che guidate un'auto, imparate qualcosa!"
Invita tutti ad avere pensieri buoni. A usare parole gentili.
A colazione sorseggiamo tè annacquato in tazze di ceramica. Ci mettiamo gli zaini sulle spalle. Ringraziamo Manaki. Osservo il mio compagno Bhatia mentre fa un inchino e chiede una benedizione. Nelle prime ore del giorno, tra una puntura di zanzara e l'altra, mi sono svegliato dopo un sogno: ballavo con una donna in un villaggio in fiamme. Solo che non si trattava per nulla di una danza. Stavo impedendo alla donna di buttarsi tra le fiamme, dove giacevano i suoi cari. Un sogno di guerra. Camminare, lo sapevo, scaccia via questi pensieri. Ho aspettato le prime luci dell'alba. Non sedersi per anni non è un sacrificio.
"Ti è stata data una vita umana," dice Manaki a Bathia, chino. "Una fortuna, una rarità. Vivila al meglio."
Ci allontaniamo. Mi volto. L'anziana donna saluta dalla cima della collina dove aspetta, felice, di morire, e mai più rinascere.
