L’acqua è oro, nell’ Afar Triangle etiope. Nessuna sorpresa. Si tratta di uno dei deserti più caldi al mondo. Recentemente, camminando per tre giorni al bordo della scarpata occidentale della Rift Valley, io e la mia guida Ahmed Alema Hessan abbiamo trovato una pozza d’acqua piovana che ha alleviato la sete dei nostri cammelli. Il giorno dopo invece ci siamo imbattuti un nuovo genere di sorgente – una ambìta oasi di elettroni, il villaggio di Dalifagi.
Paul Salopek
Le immense distese saline che stanno a cavallo dei confini di Etiopia, Gibuti ed Eritrea fino agli anni '20 non erano nemmeno state mappate. Per secoli, i marziali pastori Afar che comandavano nell’area hanno respinto tutte le incursioni del mondo esterno. Oggi, tuttavia, abbracciano la rivoluzione informatica come una rivalsa. “Ha dato loro il potere” dice Mulukan Ayalu, 23 anni, un tecnico del governo etiope che si occupa della manutenzione della piccola centrale elettrica di Dalifagi. “Possono mettersi in contatto con diversi mercanti di capre. Possono scegliere il prezzo di vendita più vantaggioso”.
I generatori diesel di Dalifagi non gettano molta ombra. E cotituiscono un habitat ben misero per uccelli tessitori o gazzelle. Ma quei pistoni cinesi buttano fuori corrente a 220 volt per sei ore al giorno. Nel farlo, hanno trasformato un avamposto di frontiera che venti anni fa era un deserto incontaminato nell’ultimo nodo della rivoluzione informatica, una calamita per i pastori Afar che camminano per miglia alla disperata ricerca di un luogo in cui placare la loro dipendenza dal cellulare con una ricarica della batteria.
Mulukan Ayalu, who may be the busiest man in Dalifagi.
Paul Salopek
A capo della oasi elettronica, Ayalu ricarica i cellulari dei nomadi per pochi centesimi. Al lunedì – giorno di mercato – i pastori Afar, consumati dal cammino, si mettono in coda davanti alla porta del suo ufficio con le pieghe delle loro camicie simili a sarong ricolme dei cellulari scarichi di qualche amico lontano. I clienti che lasciano i telefoni per la ricarica ricevono un gettone numerato fatto a mano. La cifra sopra riportata ormai ha superato le centinaia. Alcuni dei fornitori dei pochi elettroni disponibili in questa frontiera dell’informazione africana sono persino più creativi. Nel vicino villaggio Afar di Asaita un imprenditore del posto ha assemblato un macchinario simil-Frankenstein che ricarica i telefoni dei clienti in pochi minuti.
John Stanmeyer-VII
Di notte, quando c’è corrente, i residenti di Dalifagi si intrattengono in una nuova pratica culturale che non proviene da Manhattan – la cena elettrificata, con i cellulari attaccati alle orecchie. Quando due Afar si incontrano nel deserto, spesso si impegnano un dagu, uno scambio formale di notizie preceduto da lunghi convenevoli. “Ora facciamo dagu, dagu, dagu tutto il tempo al telefono” dice Ahmed Alema Hessan.
Per come funzionano le oasi, la ‘sorgente elettronica’ di Dalifagi non potrebbe mai attrarre turisti in cerca d’avvetntura, e ancora meno ispirae i versi di qualche poeta giorovago, ma è questa la storia più vera dell’Africa sub-sahariana. Novecento milioni di persone. Un tuffo a capofitto nell’era digitale che salta oltre un secolo di tecnologia analogica. Aspirazioni che esplodono. Conseguenze imprevedibili.
In Etiopia il governo sta potenziando in modo aggressivo la rete telefonica mobile di Stato. L’anno scorso, l’utilizzo del telefono cellulare è schizzato in alto di un impressionante 30%, per oltre 17 milioni di utenti. Nell’isolata Dalifagi, anche la rusticità di frontiera delle prese elettriche a muro condivise svanirà. L’anno prossimo, arriveranno linee elettriche fisse. “Da qui a venti anni? Ci sarà un popolo Afar differente” dice Haji Boddaya Qibad, un leader politico locale dei nomadi. “La vita non sarà più fatta solo di cammelli e pecore”.
Paul Salopek
