È mezzanotte.
Il mare è nero. Ma la riva splende di una luce arancione: il porto è in fiamme. Ma le fiamme non sono ancora vive.
Le fiamme non sono ancora vive. È la fredda radiazione delle lampade al sodio del molo, lo splendore di un incessante scambio che va avanti giorno e notte: il commercio, il baratto globale, l'instancabile lavoro richiesto per muovere dei vasti cumuli di merci umane attraverso l'oceano su delle imponenti navi fatte di acciaio- navi lunghe quanto numerosi isolati, alte come palazzi, che scoppiano di ogni prodotto, beni di prima necessità, lusso, strumenti, medicinali e armi usate dall'uomo con l'arrivo del nuovo millennio. È il fuoco delle menti e della volontà delle nostre specie. Lo osservo, provando ad immaginare questo porto Africano- un minore polo commerciale sul Mar Rosso- come apparirà tra 10,000 anni, dopo la futura Era glaciale: una lente di calcestruzzo, acciaio e vetro frantumato tra gli strati geologici. Un archeologo del futuro esplorando la Rift Valley Africana vincerà un terno al lotto qui; il suo campione rivelerà frammenti di tutto ciò che una volta noi abbiamo sognato di possedere.
"Non è mai buio qui", dice il mio amico Saleh Mohamed Ali. "È sempre luminoso come a mezzogiorno"
Ci stiamo tenendo forte sul ponte di un rimorchiatore che si lancia attraverso le onde del porto di Dijbouti.
Saleh è un assicuratore di navi, un paziente negoziatore che deve risolvere tutti i problemi del mondo marittimo. Arriviamo scoppiettando ad un carico merci di origine cinese che ha richiesto aiuto. Stanno trasportando un indesiderato carico di uomini: passeggeri clandestini dall'Africa, tre giovani uomini dal Ghana. La legge marittima vieta ai capitani di scaricare forzatamente a terra questo tipo di migranti contro la loro volontà. Perciò, la nave ha trasportato i Ghanesi attraverso il globo per otto mesi. Nessun paese li ospiterà- in un viaggio che si protrae dalla costa occidentale dell' Africa fino al Brasile, attraverso il Mediterraneo, dritto verso le Filippine. Ma stasera, Djibouti permetterà ai Ghanesi di sbarcare. Gli permetterà di volare a casa. L' azienda dell' assicurazione di Salem pagherà i biglietti aerei.
“Ricevo passeggeri clandestini circa una volta al mese,” dice Saleh, sorridendo con il triste sorriso di un uomo che le ha viste tutte. “Mi dispiace per loro, provo pena, ma costanno molti soldi alla mia azienda.”
Mi racconta la storia di un passeggero clandestino che cambiò idea all'aeroporto. Quell'uomo non voleva volare verso casa, in Somalia. Si spogliò del tutto sul ponte d'imbarco. Iniziò a ballare, ad abbaiare e piangere. L' equipaggio di volo, spaventato, si rifiutò di lasciarlo salire a bordo. In stallo. L' uomo non aveva nessun foglio, nessun documento. Saleh lo assunse come proprio giardiniere.
Scaling a cargo ship’s 40-foot Jacob’s ladder at sea is all in a day’s work for ship insurers taking custody of stowaways.
Paul Salopek
Il rimorchiatore accellera all'indietro. Abbordiamo la nave, la MV POS ISLAND, tramite una corda traballante lunga circa 12 metri. Questo è tutto il lavoro notturno dell'uomo di mezza età, Saleh. Il capitano sud -Koreano è impaziente di liberarsi dei suoi ospiti. Convoca i passeggeri clandestini nel suo fluorescente accampamento: tre uomini sottomessi, i cui vestiti non sono stati lavati da lungo tempo. Hanno passato mesi rinchiusi dentro una cabina. Si accosciano sui propri reni, contro una paratia. Uno indossa solo una scarpa. Vogliono andare a casa? Gli chiede gentilmente Saleh, con voce paterna. Si, rispondono con voce afflitta. Abbandonerano le proprie speranze di lavorare in Europa. Torneranno al loro umido villaggio di pescatori in Ghana. “Portami via da questa barca!” grida uno di loro.
Guardo nei loro stanchi occhi gialli. Cerco una connessione. Anche il mio viaggio è stato messo in un bacino di carenaggio. Sono stato bloccato per giorni in Djibouti.
Due paesi lungo il mio crescente percorso - Eritea e Sudan- non hanno risposto alla richiesta del visto. Lo Yemen è in agitazione. Ci sono bombardamenti in Sanaa e la bella costa di Tehama è troppo pericolosa da attraversare a piedi. L' Arabia Saudita mi ha generosamente invitato a percorrere le sue costiere occidentali, a nord verso quella antica crocevia di migrazioni umane, il Medio Oriente. Tuttavia, pochi vascelli rischiano al momento di portare dei passeggeri attraverso il Mar Rosso. È per via del timore dei pirati Somali. Le grandi navi di acciaio, i magazzini mobili della civilizzazione, ora vaporizzano in carovane sigillate attraverso il Bab el Mandeb, lo Stretto del Dolore.
E così io aspetto: un passeggero clandestino abbandonato a Djibouti
Passo le ore in degli atri assonnati dell'ambasciata. Mi siedo con Saleh nel suo piccolo ufficio fatto di mura di vetro. Beviamo del tè, discutendo di navi, di sambuchi, di carghi, panificando schemi e calcolando possibilità. Il suo cellulare suona in continuazione. Tutto il commercio mondiale ricade nel suo orecchio. Lamentele. Crisi. Scuse. Richieste. Favori. Lui assorbe tutto, accennando con la testa, il benevolo mago dietro la tenda in questo spietato mondo di Oz. E poi: la chiamata per portare via i passeggeri clandestini. Lui sospira. Ce ne saranno centinaia, forse migliaia, dice.
Tutto il mondo è in transito.
L' ONU calcola che un record di 215 milioni di persone vivono al momento fuori dal loro paese di origine. Ed un aggiuntivo numero di 700 milioni di persone sono alla deriva tra i confini delle proprie terre. Questo rappresenta un settimo della popolazione globale. Fa parte della più grande diaspora nella storia dell'uomo, l'egira di paese in paese, di città in città, dallo stomaco vuoto al boccone di pane. È la più antica traiettoria della nostra specie. Di nuovo c'è solo la scala colossale.
L' Africa brulica di vagabondi cenciosi, con la precaria massa di profughi, i disoccupati. Ci sono milioni di persone che camminano per i sentieri del deserto, brulicando nelle catapecchie, dormendo il sonno della morte in cima a dei cartoni sporchi all'entrata del porto di Djibouti. Se credi che i loro viaggi disastrosi non arriveranno a te, ti sbagli. Loro si sono già arrampicati, a mani nude, sulle tue tubature dell'olio. Loro puliscono le aziende agricole in crescita, faticando, per due dollari al giorno, raccogliendo i tuoi fiori e i tuoi frutti. Nella notte scalano le catene dell'ancora della tua enorme nave. Stanno venendo verso un angolo della strada vicino a te. In Africa si aiutano a vicenda per vivere. Condividono pesi al di fuori di ogni misura che si possano sopportare, perchè nessun altro lo farà per loro. Sono stato non meritatamente benefeciario di tale grazia: la briciola di pane tenuta stretta nel deserto, il tetro gioco sulla via senza acqua, la mano callosa che mi ha spinto verso la salvezza in una capanna sul confine, per dormire lontano da ubriachi rumoreggianti. Spiaggiato a Djibouti, già mi manca la livida vida solitaria di strada.
Le due guardie di bordo- un gallese e un australiano assunti per respingere i pirati- portano i tre ghanesi fuori dalla barca cinese.
"Mi hanno dato alcuni problemi all'aeroporto", mi racconta Saleh il giorno successivo. Sorride, con il suo sorriso melanconico.
Three Ghanian stowaways head home after their arrest in Djibouti.
Paul Salopek
I passeggeri clandestini improvvisamente richiesero delle scarpe nuove, dice, delle borse da viaggio, prodotti da toeletta e $1000 per le piccole spese. Sapevano di aver messo Saleh all'angolo. Djibouti non li voleva. Il Ghana non faceva pressione per riaverli. Alla fine, Saleh gli diede $150 ciascuno e li mise su un aereo.
"È difficile". Saleh sventola le sue mani sulla sua disordinata scrivania, sui manifesti delle navi cosparsi di invisibili esseri umani senza alcun valore commerciale. "Cosa puoi fare? Eh? Dimmelo. Cosa puoi fare?"
