La struttura raggiunge gli otto metri ed è visibile via satellite.
È realizzata in cemento. Le pareti sono incrostate di graffiti, simboli e parolacce, poesie e insulti, invocazioni, pronostici. Per vederne la cima, devi posizionarti davanti, allungare il collo e strizzare gli occhi in direzione del cielo. Percorre di traverso tutta la città, probabilmente non ha fine.
"Hanno innalzato il muro in un solo giorno, nel 2013", racconta Claire Anastas, che ha sempre vissuto a Betlemme. "La mattina i bambini sono andati a scuola, e al loro ritorno hanno trovato la casa circondata dal muro."
Claire Anastas in her front yard—an accidental prison—in Bethlehem.
Paul Salopek
Anastas si riferisce alla nota "barriera di separazione" innalzata da Israele per frenare la violenza della Seconda intifada. Alcuni ispettori del governo ne pianificarono la costruzione proprio di fronte al suo soggiorno. Anastas, una negoziante cristiana, rifiutò di spostarsi, così gli ingegneri costruirono il muro attorno alla sua casa, che ora è circondata su tre lati da imponenti lastre di cemento. Il suo negozio, che si trova al primo piano dell'abitazione, vende piccoli presepi natalizi intagliati a mano. In ogni pezzo sono presenti Maria e Giuseppe chini su Gesù. Una barriera di separazione finta divide il presepe: a differenza di quella vera, si può facilmente rimuovere dai souvenir.
Io e la mia guida Bassam Almohor attraversiamo a piedi il checkpoint di Betlemme.
"Tu!"
Il mormorio viene da un citofono. Sono in piedi accanto a un metal detector. Non si vede nessuno. Mi guardo intorno, perplesso.
"Sì, proprio tu!"
"Dove sei?" chiedo. "Non ti vedo."
"Dietro di te! Dietro il vetro! Cosa c'è dentro lo zaino?"
"Computer, video camera, registratore, telefono satellitare..."
"Da dove vieni?"
"Dall'Etiopia."
"No! Da dove vieni?"
"Dagli Stati Uniti."
"Benvenuto in Israele."
Dall'altra parte ci vengono incontro due amici, Evan e Christa, uno studente di lingue e una giornalista. Ci accolgono e ci portano a fare un giro a Gerusalemme.
Ci muoviamo rapidamente nel traffico in un ampio viale. Percorriamo colline urbane, passiamo davanti a un vecchio kibbutz che è diventato un resort. Ci facciamo una foto sul lungomare che si affaccia sulla città vecchia. Fornita di cupole, guglie, mura, è una città ricca di colline, fatta di pietre del colore delle nuvole all'alba. Splende e risplende. Una città che evoca gli uccelli, il volo.
Bassam, on the outskirts of Bethlehem, gets a first glimpse of Jerusalem.
Paul Salopek
Solo, nel pomeriggio, lascio andare lo zaino all'interno di un appartamento vuoto, preso in prestito. Sono in piedi nell'oscurità di questi spazi, ne osservo con occhi socchiusi i libri, le piante, il bollitore elettrico. Appoggio le mani scottate dal sole sul ripiano freddo della cucina. Alema Hassan. Mohamad Banounah. Ali al Harbi. Awad Omran. Hamoudi Enwaje’ al Bedul. E adesso, Bassam Almohor. Guide e pellegrini. Penso al santuario. Penso ai crocevia del mondo. Gerusalemme. Yerushalayim. Al Quds. Tutti siamo stati lì.
