Quando attraversi il mondo imprudentemente, devi aspettarti di essere fermato dalla polizia. È un dato di fatto. Il pianeta su cui viviamo, conquistato dalle auto, funziona così.
Gli individui a piedi sono considerati sospetti da tutte le società motorizzate. Chi cammina si sottrae ai controlli per traffici illeciti. Aggira i posti di controllo. Non si sottomette passivamente alle prigioni chiamate strade asfaltate. Per andare dritti al punto, chi va a piedi non possiede un'auto. Questa è un'eresia totale, un atto sovversivo o almeno degno di disprezzo: da solo basta a relegare i camminatori alla classe inferiore composta da poveri, emarginati, senzatetto, potenziali anarchici, piantagrane, matti, figure dalle devozioni sospette. Perché sono a piedi? Pagano le tasse? Trasportano una bomba?
Due anni fa, ho lasciato la Rift Valley in Etiopia per ricostruire, a piedi, il nostro viaggio ancestrale che ci ha condotto dall'Africa alla scoperta del mondo. Finora, ho percorso più di seimila chilometri attraversando i deserti del corno d'Africa, le zone di conflitto del Medio Oriente e i frutteti di pistacchi dell'Asia Minore. Le forze dell'ordine locali: polizia, milizia, soldati, agenti dell'intelligence in borghese, funzionari dell'immigrazione mi hanno fermato 42 volte. In media, una ogni 160 chilometri. A Cipro, sono stato fermato una volta. (Da una poliziotta britannica lungo la linea verde. Ndt: l'area demilitarizzata istituita dall'ONU nel 1974 lungo la linea del cessate il fuoco che si stabilì dopo l'intervento militare nell'isola da parte dell'esercito turco.) La Turchia, pur ammettendo che sia un grande paese, detiene il record con 17 controlli. (Compresa un'imboscata della milizia curda che ha quasi ordinato di spararmi.)
Durante ciascuno di questi incontri, ho registrato la latitudine e la longitudine con un GPS portatile. I miei colleghi al Center for Geographic Analysis di Harvard e della Knight Science Journalism Fellowship del MIT hanno poi trascritto i dati in una mappa digitale. L'idea è quella di creare, seppur in maniera puramente aneddotica, una testimonianza personale della libertà di movimento nel mondo.
Molte delle mie interazioni con la polizia sono positive: gli agenti spesso si informano sulla mia sicurezza. Perfino le esperienze più dure con la polizia svaniscono rispetto alla difficoltà delle persone davvero impotenti che ho incontrato in cammino: poveri migranti etiopi, per esempio, o sfollati di guerra siriani. Tuttavia c'è una lezione da imparare. Camminare può renderci liberi. Ma non ci rende affatto invisibili.
ll controllo di polizia più malinconico, finora:
Visualizza qui la mappa aggiornata dei "controlli di polizia".
