Sto attraversando a piedi il pianeta.
Per più di due anni, ho giocato a campana su campi di lava incandescenti. Ho camminato lateralmente nei vicoli di vaste baraccopoli di immigrati. Ho attraversato deserti martellati dal sole e scalato vette in mezzo alla neve accecante. Ho camminato con spavalderia per i viali alla moda. Cosa mi ha insegnato questo laborioso processo? Mi ha insegnato una cosa: i georgiani sono i pedoni più inetti del mondo.
Si tratta di un verdetto doloroso da accettare.
I georgiani sono persone meravigliose. Calorose, ospitali, divertenti, colte, amanti della vita. Se la terra dovesse mai inviare un emissario su un altro pianeta della Via Lattea, un pianeta abitato da forme di vita intelligenti, io voterei affinché il delegato della nostra specie fosse georgiano. Gli alieni ne rimarrebbero affascinati. Un georgiano farebbe innamorare di noi i piccoli omini verdi a due teste; li farebbe ridere, ballare e bere vino Kakhetian insieme a noi. A meno che, ovviamente, il nostro ambasciatore georgiano non si avventurasse a fare una passeggiata con gli extraterresti nella sua capitale terrestre, Tbilisi. In questo caso, l'Homo sapiens si estinguerebbe. Saremmo sterminati. I nostri ospiti cosmici ci eliminerebbero.
Out of Eden Walk si ferma a Tbilisi per l'estate, un grazioso polo commerciale incastonato lungo il fiume Mtkvari, nel Caucaso. Tra pochi mesi, riprenderà il tragitto lungo oltre 33 000 chilometri sulle traccie dei primi esseri umani che migrarono a piedi dall'Africa. Nel frattempo, ho scambiato orizzonti continentali per micro migrazioni: brevi spostamenti a piedi. Musei. Ambasciate. Bar. Naturalmente, ogni giorno incontro georgiani. Talvolta, mi fanno cadere.
La difficoltà dei pedoni di Tbilisi nella valutazione delle distanze è un mistero perdurevole.
All'ora di punta, quando dalle metropolitane i pendolari si riversano sugli stretti marciapiedi, intasandoli, la gente insiste nel camminare in file di quattro o cinque, formando catene umane impossibili da superare. Altri, vagabondano privi di timone, mentre scrivono messaggi o sognano a occhi aperti o, forse, mentre stanno realmente ancora dormendo. Uomini che fumano fastidiosamente in gruppetti, non curanti del fatto che blocchino strategiche strettoie. Il concetto di "corsie" di traffico pedonale non esiste. Nessuno si sposta di un millimetro per far passare le signore anziane o gli zoppi o perfino l'alto clero ortodosso. È il caos. È l'anarchia. I georgiani camminano allo stesso modo in cui gli atomi vibrano nel vuoto: a caso, senza volontà; i fisici chiamano questo comportamento moto browniano, una forma di nichilismo pedonale.
Non è così che dovrebbe essere.
The unbearable randomness of being — on foot in Tbilisi.
Paul Salopek
I ricercatori che l'anno scorso hanno scritto sulla rivista Physical Review Letters hanno studiato in che modo agiscono e reagiscono gli esseri umani quando camminano in ambienti urbani.
Gli scienziati, utilizzando una sofisticata modellazione computerizzata per analizzare movimenti individuali, hanno scoperto un Graal da tempo atteso: il comportamento dei pedoni in mezzo alla folla è di fatto matematicamente prevedibile. Si tratta di una variabile che chiamano "tempo di collisione". I pedoni regolano il proprio percorso in base ai secondi, o ai metri, che li separano dal traffico pedonale in arrivo. Qualsiasi pedone che si trovi a più di tre secondi di distanza, si allontana dal nostro radar percettivo. Chiunque si avvicini a questo raggio scatena un'azione evasiva. È una questione di anticipazione, di premonizione, di istinto.
Come descritto nell'articolo "Universal Power Law Governing Pedestrian Interactions", la quantità di energia che in media un essere umano a piedi investe nell'evitare un gomito nelle costole può essere quindi calcolata con "t", che equivale al tempo d'impatto:
1/t2
Molto probabilmente, questa ordinata equazione è piuttosto antica. Senza dubbio, è incorporata nel nostro DNA a due zampe. Evidentemente, i georgiani sono privi di tale gene.
"Non so come spiegarlo" mi confessa Erekle Urushadze, un residente di Tbilisi e attivista della comunità più solitaria del mondo. "Ma è proprio vero: non sappiamo camminare."
Perché Urushadze è cosi miseramente solitario?
Perché spera di sfidare l'assoluta supremazia dell'automobile a Tbilisi. Parla di "spazi verdi" e, nostalgicamente, di "viali pedonali" Pittoresco! A Tbilisi, le auto regnano trionfanti. Le auto dettano legge. Hanno conquistato gli spazi urbani in maniera così categorica, così spietata, che nessun cittadino in pieno possesso delle proprie facoltà mentali metterebbe in discussione lo status di massima autorità degli automobilisti. Perfino io accetto questo fatto pietoso. La verità è che ho anche tentato personalmente di acchiappare per la gola i torvi strombettatori di clacson, attraverso i finestrini aperti. E purtroppo, si è rivelato impossibile. Di recente, la Georgia ha promulgato una legge sulle cinture di sicurezza: ora gli autisti sono allacciati. Ma lo accetto.
Ma torniamo alle patologie pedonali. Esistono delle teorie.
Non a caso, sostenitori del design urbano come Urushadze danno la colpa alla brutale egemonia esercitata dai motori a combustione interna. Dato che le auto possiedono ogni tipo di diritto sugli spazi, le prede impotenti (i pedoni) se la prendono coi propri simili.
Alcuni locali attribuiscono l'assenza di buone maniere nei marciapiedi di Tbilisi, in modo più grandioso, alla geopolitica. I georgiani, che solo di recente si sono liberati dalle catene del dominio sovietico, non avranno obblighi. Al diavolo la fisica del camminare. I georgiani vanno dove vogliono!
Altri, tuttavia, citano la rapida urbanizzazione: Tbilisi è zeppa di immigrati provenienti dai villaggi. In aperta campagna, si può passeggiare liberamente, pascolando un gregge di agnelli o un branco di maialetti. Perché non farlo a Freedom Square?
Forse, però, la spiegazione più convincente di tutte è anche la più intangibile: la gioia di vivere georgiana.
Una scena tipica a Tbilisi, Georgia:
Un giovane si mette improvvisamente in ginocchio in un marciapiede trafficato. Porge una rosa rosso fuoco alla sua amata, una giovane che passeggia accanto a lui. Solo i georgiani riescono a fare un gesto del genere con impegno, con grazia. Questo è il motivo delle frequenti invasioni russe: invidia del loro stile. I russi vedono i georgiani come i tahitiani del vecchio impero sovietico.
"Vuoi sposarmi?" chiede il giovane.
La ragazza sorride. Con fare seducente si china. Mette la mano a coppa dietro l'orecchio. Non riesce a sentire. "Cosa?"
Il ragazzo fa un respiro profondo. Grida: "VUOI SPOSARMI?"
"COSA?" risponde lei, gridando.
O almeno questo è ciò che penso si stiano dicendo. Non capisco bene il georgiano. Non riesco a distinguere le loro parole, ad ogni modo: siamo su un marciapiede della Rustaveli Avenue, una delle strade più rumorose del mondo, dove il traffico stridente aumenta vertiginosamente.
Attorno a questi amanti sordi e ignari si ferma una massa di pedoni frustrati. Il marciapiede viene bloccato all'istante. Inizialmente dieci, poi trenta, poi cinquanta pedoni impetuosi si ammassano, si ammucchiano ciecamente uno sopra l'altro, fanno fatica a proseguire: un enorme coagulo in crescita in un'arteria innamorata e fatta a pezzi.
La settimana che sono arrivato a Tbilisi, il noto paleantropologo georgiano David Lordkipanidze, scopritore del famoso uomo di Dmanisi, mi ha stretto la mano.
"Grazie" esclama Lordkipanidze, "per aver dimostrato che l'uomo di Dmanisi sarebbe potuto arrivare qui a piedi dall'Africa."
Non sapevo cosa dire. Non ho idea di come gli esseri umani siano arrivati al Caucaso. Ma dalle prove, non ci sono giunti a piedi.
In Tbilisi, where cars rule, the sidewalks are a wild frontier.
