«La grande immobilità metteva le due figure di fronte a una minacciosa pazienza, nell'attesa del passaggio di una fantastica invasione.» - Joseph Conrad
Ci troviamo sopra a un'alta torre di vedetta, sotto un cielo grigio metallico - un cielo del colore del piombo lucido.
Former military guard tower repurposed as a bird-watching blind at the Georgia-Turkey border.
Paul Salopek
Un quarto di un secolo fa, i soldati dell'Armata Rossa sorvegliavano da questo punto di vedetta il territorio nemico. Era terra di nessuno. Un fronte critico tra due imperi globali contrapposti: la frontiera tra l'alleanza sovietica e l'alleanza americana, una terra di nessuno tra la Repubblica socialista sovietica della Georgia e la Turchia membro della NATO, uno squarcio politico che divide l'Est dall'Ovest. Il filo spinato correva lungo le colline. C'erano pattuglie, bandiere, telescopi, mine terrestri. Oggi, la torre di acciaio, alta circa 50 metri, un relitto della Guerra Fredda, è stata ristrutturata e adibita a bird-watching nella nuova Area Protetta di Javakheti, in Georgia. I turisti salgono su queste torri per assistere ai grandi stormi di garzette, pellicani dalmati, gabbiani armeni, upupe eurasiatiche e altre specie che sorvolano il Caucaso durante le loro sbalorditive migrazioni annuali, sfrecciando dal subartico all'Africa e oltre. Questi stormi si raggruppano come coriandoli nel ventre delle paludi delle vallate erbose. Come tutti gli animali, l'unico confine che gli uccelli abitano è il più antico. Quello tra il momento del vivere e del morire.
La Georgia ha una lunga storia legata ai confini fortificati. Il Paese ha subito una continua invasione da parte di imperi, condottieri, fanatici religiosi, bucanieri, rivoluzionari: da Alessandro il Grande - dai Persiani, Romani, Bizantini, Arabi, Khazari, Mongoli, Ottomani, Russi, e non molto tempo fa, da parte di orde nomadi di esperti in tuta: dispensatori mondiali di consulenza allo sviluppo, di bollette da pagare, di aiuti esteri.
Schiere di uccelli. Mi immagino l'atmosfera, con il brusio del loro avvicinamento.
High perch for an avian show: In the coming weeks some 150 species of birds will pass through here on their southward migrations.
Paul Salopek
Loren Eiseley, un grande anche se quasi dimenticato saggista della metà del secolo scorso, ha scritto di quella mattina presto quando si è svegliato in una stanza di hotel, dall'alto di Manhattan, ha cominciato a immaginarsi quella città senza esseri umani, in qualche alba immediata, rigenerato dagli uccelli: «A quest'ora la città era loro, e silenziosamente, senza creare brusio con le ali, sfioravano i blocchi a quell'altezza, un posto inquietante, prendevano possesso dei pinnacoli di Manhattan. Si riversavano verso l'alto, in una luce che non era ancora percettibile all'occhio umano, mentre in basso, nell'oscurità nera dei vicoli, era ancora mezzanotte.» Dall'ex torre di vedetta militare, guardiamo fisso su Javakheti. I laghi rotondi che luccicano come un fogli di alluminio pieghettato. Alle vaste steppe. Dei corvi e falchi si lanciano in aria, e qualche chiaro, ma indistinguibile uccello che guada, restando di sentinella negli acquitrini. É ancora presto per le grandi migrazioni. Il prossimo mese, centinaia di migliaia di uccelli - circa 150 specie - inizieranno a riversarsi verso sud.
Guardo il cielo. Non ci sono confini lassù. Sento che la sua immensità ricurva mi tira verso est. Quando gli uccelli si fermeranno qui diretti verso il caldo paese del Kenya, proseguirò camminando sotto di loro, in viaggio per la Cina. Ma la mia amica georgiana, Teona Shelia, non allunga il collo verso l'alto. Come ogni buon archeologo, guarda sempre in basso.
“All that’s left.” Archeologist Teona Shelia with a Soviet-era unfiorm button. Georgia-Turkey border.
Paul Salopek
«Guarda che ho trovato,» dice, sorridente, mostrando qualcosa in mano.
É un bottone della casacca di un soldato sovietico. Sarà sparito per domani, arruginito nel nulla. Ormai, sembra di mille anni fa.
