Ci troviamo su un'elevata pianura, che contiene lo scintillante lago Paravani come il palmo aperto di una mano – un'ampia prateria logorata dal tempo, mutata in ruggine e oro sotto un debole sole autunnale, un altopiano di venti pungenti, venti che strisciano su rocce dalla forma di teschi colossali, una landa selvaggia di luce pallida e vitrea, la Siberia della Georgia.
"E' questa la biancheria di Murat?" scherza Dima Bit-Suleiman, la mia nuova guida attraverso la Georgia.
Ecco da dove cominciamo. Da un vecchio falò.
Il carbone è polveroso, dieci giorni dall'ultima volta in cui ha prodotto calore. E' stato qui, in una casa in rovina presso una strada montana innevata, che sono arrivato lo scorso inverno, a piedi dalla Turchia. E' stato qui, che ho barcollato con i piedi gelidi e lividi, sfinito, mentre affrontavo una cupa notte sottozero, dopo essere disceso quasi rotolando da una montagna bianca di neve. Eravamo in quattro a camminare. Murat Yazar, un curdo, una delle mie guide, ha bruciato i suoi guanti per accendere un fuoco che potesse salvarci la vita. Ci siamo stretti vicino alle fiamme. I nostri abiti si sono scaldati. Abbiamo farfugliato stupidamente sentendoci sollevati. L'orlo sdrucito che Bit-Suleiman colpisce ora con la punta del suo stivale potrebbe essere tranquillamente parte della calzamaglia gettata via da Murat. O della mia. E questo misero focolare – uno dei centinaia di fuochi accesi lungo il percorso di 4.000 miglia dall'Etiopia – segna l'inizio di una nuova fase del cammino di Out of Eden.
Bit-Suleiman in the dripping green lungs of the Lesser Caucasus near Ipnari.
Paul Salopek
Una camminata attraverso il mondo è come un lungo brano musicale.
Ha ritmi sincopati (una marcia maniacale lunga 35 miglia, percorsa un giorno nel deserto dell'Hegiaz dell'Arabia Saudita, per raggiungere un pozzo prezioso) . Ha i suoi momenti di adagio (settimane di passeggiate – letteralmente passeggiate – tra i villaggi dell'Anatolia). E ha le sue pause: le grandi pause tra i movimenti. Da dicembre, il Caucaso è stato una di queste pause, uno di questi intervalli.
I primi umani a scoprire il mondo nel Pleistocene – i pionieri dell'età della pietra che sto seguendo in questo progetto di narrazione – hanno affrontato ostacoli enormi sul loro cammino. In Beringia, il ponte continentale ora scomparso che collegava la Siberia all'Alaska, hanno atteso 4.000 inverni che i ghiacciai recedessero, prima di raggiungere il Nord America. Le mie barriere non sono di ghiaccio, ma immaginarie, fili di idee, e non per questo meno esasperanti: confini e visti. Sospinto sempre più a nord dalla volatile politica del Medio Oriente, mi sono trovato lo scorso anno in uno dei leggendari crocevia del mondo – il Caucaso, lo sgualcito punto di collegamento tra l'Europa e l'Asia. Ma nei nostri tempi ansiosi, persino un incrocio può diventare un vicolo cieco. Paese dopo paese, hanno trovato ragioni per chiudere le porte al cammino. Mi sono voltato. E mi sono voltato ancora.
Non più.
La strada diretta a est nell'immenso ventre dell'Asia è ora aperta.
Dima Bit-Suleiman ed io cammineremo attraverso le foreste lussureggianti, le colline e le pianure del sud della Georgia per raggiungere il confine con l'Azerbaigian. Lì, stringerò la mano al mio nuovo compagno di viaggio e misurerò a grandi passi la vasta pianura del Caspio fino a Baku. Da quella cittadina portuale, una nave mi condurrà alle steppe oceaniche del Kazakistan. Seguirò le antiche vie della seta in una regione antica ora globalizzata e resa strategica dalle sue vaste riserve energetiche.
Attraversiamo il primo valico, Bit-Suleiman ed io, attraverso onde d'erba color della paglia. Da quella sommità scorgiamo la Cina.
Ziauddin Nasibov counting sheep at the first oasis farm enroute. “Farming here, you neither live or die. You just exist.”
Paul Salopek
Poi scendiamo, scendiamo, scendiamo – su gambe elastiche, ammorbidite dalla città – lungo grigi pendii petrosi. Alla prima fattoria azera. Di nuovo in un mosaico di Cristianesimo e Islam, ogni villaggio differente dall'altro (georgiano, armeno, azero). Ai tavoli di legno dei contadini, che ricevono imperturbati stranieri sconosciuti. Che offrono il tè. Che rompono per noi le loro noci, rese fredde dalla terra sotto i loro alberi. Che fanno cenni di taglio con la mano nella direzione del rifugio successivo. Un tipo di vita familiare rinato: un equilibrio di vulnerabilità e di fiducia che taglia in entrambi i lati. La magia, ancora una volta, dei primi contatti.
Camminiamo diretti a ovest attraverso la foschia, attraverso il fango. Attraverso gallerie umide e grondanti di alberi – querce, betulle, meli selvatici – che filtrano di giallo limone nella nebbia. Attraverso pozzanghere di fango di un arancione allucinogeno come le strade africane di laterite. E una mattina, in lontananza, scorgiamo un uomo che porta una bandiera sulla spalla.
Quest'uomo viaggia di villaggio in villaggio, chiedendo l'elemosina durante il mese santo Shia di Muharram. Sembra un nomade primordiale. Dico a Dima: "Raggiungiamolo" e affretto il passo. Estraggo il blocco e la penna nel desiderio di saperne di più. Ma all'improvviso mi trattengo. Lo lascio andare: una figura misteriosa nella distanza. Continuiamo a camminare. E' meglio così. "Il nostro compito è di amare ciò che non comprendiamo", ha scritto una volta un poeta a uno studente.
