“È in arrivo un temporale. Fai qualcosa, Rufat”.
“Va bene".
“Troppo asfalto. Fai qualcosa, Rufat”.
"Va bene".
A piedi, io e il servizievole Rufat Gojayev attraversiamo l'Azerbaigian.
L'Azerbaigian è un Paese piccolo ma ricco di petrolio, racchiuso tra imperi, civiltà, continenti. Tra l'Europa e l'Asia. Tra la Russia e l'Iran. È grande quanto lo stato dell'Indiana, negli USA. A maggioranza musulmana ma laica, con sacche di religione ebraica e ortodossa georgiana. Un territorio fatto di vette altissime e imbiancate di neve, boschi di querce, praterie semiaride, vulcani di fango e melograni paradisiaci. La capitale Baku è una città in forte espansione che ambisce a diventare una nuova Dubai sul mar Caspio.
The rubies of Azerbaijan. Zaqatala market.
Paul Salopek
Al confine: un mondo nuovo.
Il paesaggio rurale e artigianale della Georgia, con i suoi terreni coltivati aperti e le case fredde in pietra, lascia il posto a un Azerbaigian globalizzato: tanti lotti e nuovi edifici dotati di riscaldamento tropicale grazie alle abbondanti riserve di idrocarburi, piccole città dall'illuminazione stradale sfolgorante e negozietti zeppi di confezioni di merendine internazionali. Nell'entroterra della più povera Georgia, le vie sono sterrate e il fondo è naturale: una rete di strade bianche e fangose battute dai pastori. In Azerbaigian, anche i vicoli più nascosti sono trafficati, con le auto che sfrecciano sul nastro d'asfalto. È una novità. Uno shock. Un trauma anche per le ginocchia e i piedi.
Another ribbon of asphalt, another 25 miles. Guide Rufat Gojayev en route to Lahic.
Paul Salopek
I "pro": Gojayev, la mia guida azera, è uno scalatore di alto livello. In un solo anno ha conquistato tre vette sopra i 7000 metri: il picco Lenin in Kirghizistan e i picchi Korzhenevskaya e del Comunismo in Tajikistan. Per questo, nel 2012 si è aggiudicato il titolo di “Sportivo dell'anno” in Azerbaigian. È un duro. Riuscirà a trovarci i migliori sentieri praticabili da percorrere.
I "contro": fare trekking in qualsiasi posto insieme a uno Sportivo dell'anno è un disastro. Ti esaurisce automaticamente la riserva naturale di cartilagine nelle articolazioni delle ginocchia. A 37 anni, Gojayev attraversa i fiumi saltellando come una gazella. La sua andatura è implacabile. “Mi dispiace”, ansimo senza fiato, mentre lui si applica un cerotto su una vescica (a me non vengono... e non mi dispiace). “Nessun problema”, risponde allegramente Gojayev. Infila subito gli scarponi di seconda mano, si rialza e con una indifferenza impressionante copre altri 40 chilometri.
I fell in. Gojayev did not. River crossing near Khachmaz village.
Paul Salopek
Gojayev non si tira mai indietro, dice sempre: “Va bene”. Ordina alla pioggia di cessare. Trova magicamente strade bianche dal fondo morbido come un cuscino. Tira fuori dal cilindro su richiesta improvvise sale da tè per la sosta. È invincibile. Ed è anche una miniera di informazioni sulla flora e la fauna dell'Azerbaigian, la sua storia e i suoi antichi khanati che dominavano le locali rampe di uscita lungo la Via della Seta nel medioevo. E, soprattutto, Gojayev è un maestro nell'addestrare i cani.
I cani: un motivo di preoccupazione nei sentieri a piedi di tutto il mondo.
A Caucasian mastiff—just fed bread by Gojayev—in Baku.
Rufat Gojayev
Pensateci un attimo: i cani controllano gelosamente i propri piccoli feudi a quattro zampe. Abbaiano. Azzannano. Vi attaccano se cercate di avvicinarvi. Eppure, non marcano i loro mini imperi belligeranti! I confini dei cani non sono visibili! Ce ne saranno migliaia, forse milioni, di territori canini pericolosi da attraversare negli itinerari degli anni a venire. Io ho la mia strategia nei confronti di questi animali: li ignoro finché non mi si avventano contro con l'intenzione di mordermi; a quel punto, faccio finta di raccogliere un sasso.
Per Gojayev, è una tattica ingenua e ridicola.
Gojayev engaged in canine diplomacy on the trail.
Paul Salopek
“Che cos'è”, gli ho chiesto durante il nostro primo incontro al confine. “Questo”, mi ha risposto, allungando un bastoncino telescopico in alluminio da trekking, “è per i cani”.
Ma l'arma è puramente difensiva. Anche perché Gojayev è, innanzi tutto, un pacifista, un diplomatico. È un incantatore di cani. Li richiama di continuo, prima con un fischio cupo, poi con una serie di forti schiocchi delle labbra. Lo sento trafficare con quei cani tutto il giorno. Quando questa tecnica non basta, tira fuori una busta con del pane raffermo e inizia a lanciarne bocconi ai cani. Immediatamente, le code scodinzolano, segno di una tregua. Gojayev si occupa anche dei gatti randagi, ai quali rivolge un richiamo tranquillizzante che fa: “Ssssk! Ssssk! Ssssk!”. Come molte persone timide e riservate, intrattiene un rapporto speciale con le altre specie.
La mia guida Rufat Gojayev dimostra le proprie capacità di incantatore di animali.
È così che ci trasciniamo fino al mar Caspio, a più di 450 chilometri di distanza.
Uno continua a lamentarsi del fondo stradale. L'altro indugia in lunghe conversazioni con gli animali domestici. Ci siamo caricati addosso i nostri zaini pesanti. In mano teniamo borse di plastica per la spesa gonfie come palle di cannone, piene di biscotti della madre di Gojayev. È lei a mandarceli tramite un minibus pubblico a intervalli di pochi giorni lungo il percorso. Pacchi di biscotti alla frutta secca. Queste scatole pesano più di 10 chilogrammi.
Gojayev prepares the next boost of energy: his mom’s cookies. Village teahouse, eastern Azerbaijan.
Paul Salopek
“Abbiamo quasi finito i biscotti”, dico. “Chiama la mamma, Rufat”.
E Gojayev risponde: “Va bene".
