Attraversare il Mar Caspio in nave è un'impresa difficile.
Il Caspio è un mare instabile. Il suo umore cambia rapidamente, come il colore delle sue acque: da verde calmo a grigio tempestoso, a un pericoloso bianco incrinato dal vento. Il lago più grande della Terra (il Caspio è veramente un lago, e l'immensità delle sue acque, di dimensioni grandi quanto la Germania, contiene un terzo del sale contenuto nel mare) rende la navigazione imprevedibile, un gioco dell'attesa. Gli attracchi e le partenze cambiano. Gli orari vengono modificati. Gli spedizionieri fanno oscillare l'ancora, in attesa che passi la burrasca, in attesa di un posto dove ormeggiare. Così, i miei bagagli vengono caricati. E scaricati. E caricati nuovamente. Ma Tural Aliyev, il mio amico al porto di Baku, in Azerbaijan, mi assicura che oggi ci sarà una nave. E io gli credo. Aliyev ha sempre ragione. L'uomo di cui hai bisogno sulla banchina: il veterano che possiede tutti gli agganci giusti, il buon senso, un occhio da meteorologo, e i numeri privati di ogni capitano e operatore mercantile in Azerbaijan.
"Preparati per mezzanotte," mi avvisa Tural. "Questa volta dico sul serio."
E infatti a mezzanotte, trascino per la passerella della MV Fikret Emirov i vecchi sacchi da carico del mio mulo, sbiaditi dal sole della Turchia. Sto attraversando il Mar Caspio. Diretto alla costa del Kazakistan. Presto inizierò a camminare verso la Cina.
Che cos'è la MV Fikret Emirov? Una nave mercantile di epoca sovietica. Una nave-traghetto a caricazione orizzontale costruita nella Germania dell'Est che ha navigato nelle acque del Mar Caspio e del Mar Nero. Il suo equipaggio è composto da azeri, russi, turchi. Trasporta camion pieni di merci dal Caucaso all'Asia centrale e viceversa: un collegamento arrugginito tra l'Europa e l'Asia lungo la moderna Via della Seta. Irina, un'assistente di bordo bionda e dall'aspetto stanco, proveniente dagli Urali, mi mostra una cabina scialba. La nave tira su gli ormeggi all'alba. Parte. Dopo meno di un'ora gira. Torna a Baku Port. Non siamo andati da nessuna parte! Aspettiamo, come morti in acqua, per molte ore.
Che cosa?
Impossibile saperlo. Si tratta di una nave fantasma.
I 28 camionisti turchi a bordo si sono assopiti, chiusi all'interno delle cabine dei loro veicoli. Non si può accedere agli alloggi dell'equipaggio. I corridoi sono completamente vuoti: tunnel disabitati di acciao e compensato. Sul ponte non c'è anima viva. Resto nella mia cabina, seduto. Le pareti di ferro vibrano. La nave scricchiola, trema, rantola. È strano star fermo in mare in questo modo, dopo aver camminato per migliaia di chilometri partendo dall'Africa. Essere tagliati fuori, isolati. (Il mio telefono è inutile.) Essere intrappolati in una gigante scatola motorizzata. (Non posso scendere, il mio visto di uscita dall'Azerbaijan è timbrato.) Il sole sprofonda nelle lontane pianure brune dell'Azerbaijan. Mi lascio portare al largo dalla corrente, sulla superficie increspata di due liquidi. (Aria e acqua.) Mi muovo su e giù in un limbo tra continenti. Mi addormento.
Quando mi risveglio, è buio pesto. Siamo in viaggio.
Sorprendentemente, la nave rimane vuota. Possiedo 130 metri tutti per me. Percorro le battagliole solitarie e tremolanti. Osservo la schiuma che esce dallo scafo, forma una spirale e si scontra con le onde color carbone come se fosse marmo vivo. Il Caspio. Che ha dato i natali ai mercanti marinai persiani che acquistavano nei bazaar sulla spiaggia la seta da spedire a Venezia; a Stepan Razin, il pirata cosacco del XVII secolo. (Lo Zar gli strappò le braccia e le gambe, lo marchiò, gli versò acqua ghiacciata sulla testa rasata, diede le sue viscere in pasto ai cani.) Sede di una vasta marea di gas sottomarini, di petrolio. Dell'ultima specie di storione selvaggio, da cui si ricava il caviale nero. Luogo di commercianti vichinghi sudici, di tritoni che cantano ai pesci.
Il vento soffia tutta la notte, un vento freddo del Nord chiamato khazri. Gli stessi tre gabbiani sfruttano la scia della super nave per tutto il viaggio. Vado dentro. Esco dopo alcune ore. Guardo in alto. Gli uccelli sono lì. Raggiungono un subcontinente nuovo senza un battito d'ali.
